L’Africa unita fa paura

Cosa sarebbe successo se gli stati nordafricani, nel corso degli ultimi dieci anni, avessero stipulato un’intesa economica creando un’unica moneta comune ed un esercito panafricano, magari introducendo anche un passaporto per far muovere i cittadini liberamente per il continente? Sarebbe stata la federazione di Stati con il territorio più vasto del mondo e con un quantitativo immenso di risorse.

Questo progetto avrebbe inevitabilmente prodotto ricchezza e stabilità nel continente africano e, forse, le nazioni in questione oggi non sarebbero considerate “paesi del terzo mondo”ma un’ unica realtà in via di sviluppo. Probabilmente questo era l’unico modo per far uscire gli Stati africani dalla miseria e dalla povertà in cui si trovano tutt’ora. Lo sgomento che si prova, venendo a conoscenza del fatto che Gheddafi avrebbe voluto mettere in pratica il progetto degli “Stati Uniti d’Africa”, è immenso.

Sgomento che si fonde con un’odio profondo per quei leader occidentali che hanno praticato e che continuano ad esercitare le loro miopi politiche interventiste. In nome di quale giustizia Sarkozy, nel 2011, decise di inviare i suoi aerei militari a bombardare il convoglio su cui si trovava Gheddafi in fuga da Sirte? Quelle bombe, indirettamente, consegnarono il leader libico nelle mani dei suoi assassini, mandando in fumo il piano di un’Africa unita. Lo stesso Gheddafi che veniva dipinto in occidente solamente come un tiranno dispotico e violento, aveva delle idee che avrebbero rivoluzionato la vita di tutti i popoli Africani, specialmente di quelli più poveri.

Un’altra proposta del leader libico consisteva nel mettere una frontiera, sorvegliata da forze dell’ordine, sulle coste nord dell’Africa, proprio per fermare quel fenomeno migratorio che oggi è sfociato in una vera deportazione di massa fuori controllo. Non è un caso che Gheddafi avrebbe voluto fermare questo processo. L’immigrazione di massa in Europa è un fenomeno estremamente nocivo per i paesi da cui partono questi giovani, poiché le nazioni in questione perdono la parte del popolo con più potenziale lavorativo: ragazzi e ragazze in grado appartenenti alla classe media, il vero motore economico di ogni paese.

La perdita di questi giovani fa entrare lo Stato d’origine in un circolo vizioso: una nazione economicamente povera, dal momento in cui perde i suoi giovani, sprofonda in una crisi sempre più incalzante; senza giovani non  si ha né futuro né la possibilità di riprendersi economicamente. Dal momento che gli immigrati, nella maggior parte dei casi, non fuggono dalla guerra ma da condizioni di vita pessime dovute anche alla mancanza di strutture come ospedali, scuole ed università, forse l’immigrazione è una finta soluzione ad un problema reale: la povertà.

La problematica nasce dal momento in cui i leader Europei incominciano ad affermare che la soluzione sia proprio l’immigrazione, mentre non hanno mai preso in considerazione l’idea di investire le finanze destinate all’accoglienza, si parla di miliardi di euro, per costruire strutture e far sviluppare gli Stati da cui i migranti partono. Aiutare economicamente i paesi d’origine dei migranti fermerebbe il flusso migratorio, consentendo a queste persone di vivere in maniera dignitosa e benestante, piuttosto che illuderli con l’utopia dell’Europa, per poi far finta di niente e lasciarli vendere calzini a piazza Navona, o in qualsiasi piazza d’Italia.

Forse i leader Europei dietro il velo dell’immigrazione, alimentando i loro interessi puramente economici, rappresentano i capitalisti moderni occidentali? Forse amano così tanto il denaro che, mentre spacciano al popolo la favoletta su quanto sia bella l’accoglienza e l’integrazione, cercano persone disposte a lavorare per una manciata di euro l’ora? Chi meglio di un immigrato potrebbe lavorare per somme infinitamente basse, dal momento che è scappato dalla miseria ? Molti leader Europei, da veri e propri maestri di ipocrisia, definiscono come “razzisti” coloro che si oppongono alle loro idee. Ma quale accoglienza! Il capitale occidentale è in cerca di manodopera a basso costo. Il prossimo politico che parlerà di “accoglienza” dovrebbe tacciarsi di demagogia spiccia.

Informazioni su Gabriele Giansante

Gabriele Giansante, nato nel 1997, studente del liceo classico appassionato di filosofia, musicista e nuotatore, coofondatore di questo sito, nemico del relativismo
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