L’Alta corte di Londra ha deciso: al piccolo Charlie va staccata la spina

 

Nonostante siano passate circa due settimane dalla pubblicazione dell’ultimo articolo su questo piccolo blog, la mole di notizie significative che ci sono pervenute tramite telegiornali e quotidiani hanno superato di gran lunga le aspettative della redazione che, essendo composta prevalentemente da liceali, non ha trovato tempo sufficiente per trattare anche solo qualcuna di queste novità; e di ciò vi dobbiamo rendere scusa.

 

L’articolo che mi appresto a scrivere tratta di una notizia che ho appreso con grande dolore e che credo sia passata in sordina sui principali media italiani. Mi riferisco al caso del piccolo Charlie, il neonato cui lo scorso 4 agosto era stata diagnosticata, al Great Ormond Street Hospital, una rarissima malattia genetica: la sindrome di deperimento mitocondriale, provocante il graduale deperimento e malfunzionamento dei muscoli. Da quel momento in poi Charlie è stato messo in terapia intensiva e non avendo speranze di sopravvivere, secondo il parere dei medici, si era deciso di staccargli la spina.

 

I genitori, Yates e Chris Gard, si sono sono opposti fermamente a tale decisione, tanto da ammettere di essere rimasti allibiti da una proposta del genere. Convinti che il piccolo Gerard potesse sopravvivere, lo avrebbero voluto portare negli Stati Uniti per poter sottoporlo ad una cura sperimentale. Proprio per riuscire in questo intento i coniugi Gerard avevano lanciato una raccolta fondi online, #Charliesfight, ovvero la battaglia di Charlie, arrivando a raccogliere circa 1,2 milioni di sterline; un risultato realmente straordinario che avrebbe permesso e coperto finanziariamente il trasferimento e lo svolgersi della cura sperimentale sul bambino.

i genitori di Charlie: Yates e Chris Gard

 

Le speranze dei genitori si sono però infrante due giorni fa, martedì 11 Aprile 2017, quando l’Alta corte di Londra ha stabilito che i medici possono tranquillamente staccare la spina al piccolo Charlie, decidendo per lui una sorte diversa da quella che i genitori volevano intraprendere; “E’ con la più grande e profonda tristezza nel cuore, ma anche con la più grande intenzione per l’interesse del piccolo che ho preso la seguente decisione: al piccolo Charlie va permesso di morire con dignità”, così ha sentenziato il giudice Francis, facendo scoppiare in lacrime i due genitori del bambino.

Il giudice, dunque, conosce meglio dei genitori l’interesse del piccolo nonostante il tutto sia nato dall’equipe medica dell’ospedale sovra citato che ha basato la propria decisione di donare una morte serena al piccolo su un’impossibilità di esclusione di non sofferenza del paziente in fasce; essi, infatti, hanno dichiarato che Charlie non avrebbe potuto avere speranze di sopravvivenza a lungo termine e che non fosse possibile escludere che non stesse soffrendo.

 

In poche parole si è deciso di porre fine ad una vita su una base ipotetica, ma per la stessa logica il bambino poteva benissimo non star soffrendo e noi non lo avremmo potuto sapere. Si è deciso di scavalcare la potestà genitoriale per appellarsi ad una presunta pietà che, invece di aiutare il paziente con la ricerca di cure alternative, ha optato per la morte immediata, decidendo da sé cosa fosse giusto per l’individuo.

Non conta quindi, come invece ci hanno voluto far credere per altri casi medici, la reale percezione della sofferenza (che in questo caso non si è potuta in alcun modo verificare), non viene neanche presa in considerazione la volontà familiare avente diritto di decidere per il proprio figlio e neppure la possibilità di intraprendere una cura alternativa, ma conta solo ed unicamente la presunta sensibilità del giudice che, in questo modo, può ritenere una vita degna o non degna di essere vissuta.

 

Un po’ come succedeva a Sparta migliaia di anni fa, con la differenza però che questa società odierna ha sempre e solo criticato la durezza spartana giudicandola barbarica; ad essa si è sempre preferito il modello ateniese, senza dubbio più civile e acculturato, ma se prima era presente la cultura della vita, oggi domina la cultura della morte, la differenza consiste in ciò. Il diritto alla vita, presente nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), è stato dunque sostituito nella pratica con il diritto alla morte, senza dubbio più caritatevole per chi lo pratica che per chi lo subisce.

Informazioni su Federico Cavalli

Studente del liceo classico Cristo Re molto interessato all'attualità ; attivo politicamente, aiuto capo scout cattolico F.S.E. Reporter di Critica scientifica e cofondatore del sito
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2 commenti

  1. Mi pare che si stia analizando questo troppo superficialmente. La corte britannica ha autorizzato i medici a staccare la spina perche ha considerato che quello che volevano i genitori era accanimento terapeutico. Ha indicato di continuare a dargli trattamenti paliativi, non é un caso di eutanasia non c´entra niente la Sparta.

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