Verso il Sinodo

Perché i giovani, che la Chiesa ha cresciuto e accompagnato con amore e dedizione nella preparazione, abbandonano la comunità cristiana dopo aver ricevuto i sacramenti? Nelle varie riunioni del clero, dei catechisti e di tutti gli operatori ecclesiali del settore giovanile, questa domanda riecheggia da troppo tempo, come se la colpa, e quindi il problema da risolvere, sia il giovane che abbandona.

Vorrei porre invece una domanda diversa che ci aiuta e vedere e leggere la questione sotto un diverso punto di vista: perché i giovani dovrebbero restare? Cosa gli offriamo di così interessante e diverso da ciò che gli offre la società? Quella società che offre loro tutto, forse troppo, li ammalia, li incatena nei vortici della libertà a qualunque prezzo, del tutto e subito. Fa loro assaporare una vita che di reale e di valore ha ben poco.

La risposta, a mio parere, è tristemente pragmatica: «Niente di diverso!».Un ragazzo, rimanendo a vivere la vita parrocchiale, si troverebbe affogato da mille iniziative come campi estivi, cene, riunioni, feste e quant’altro, che toglierebbero spazio ai suoi mille e diversi interessi aumentandone la dose di cose da fare. Ed ecco perché un giovane che, oggi come oggi, cerca ed ha un forte bisogno di punti di riferimento sicuri e fermi, paradossalmente, sceglie di abbandonare.

Un tempo la parrocchia era punto di aggregazione fondamentale e sociale in quanto la società non offriva null’altro. Con il passare del tempo lo sbilanciamento tra le iniziative sociali e l’evangelizzazione è stato eccessivo e ha portato la parrocchia ad essere solo e soltanto una organizzatrice di eventi in cui coinvolgere ed avere la massima partecipazione di giovani e non solo. Infatti se andiamo a guardare bene, alle iniziative, tipo campi, gite e cene, abbiamo una partecipazione oltre le aspettative – e ciò è comunque un bene perché sono dei momenti in cui poter fare evangelizzazione -, ma se invitiamo ad un incontro di formazione e di catechesi – per non parlare della S. Messa – fare numero diventa veramente un’impresa.

Quale riflessione allora? Innanzitutto ci siamo troppo preoccupati di numeri e consensi popolari sovvertendo le priorità e così facendo abbiamo puntato con forza più sugli eventi che non al messaggio. In secondo luogo, ma non meno importante, dobbiamo a mio avviso riprendere la nostra vera identità, quella di annunciatori del Vangelo e testimoni di Gesù Cristo, dobbiamo tornare ad essere la «fontana del villaggio», per riprendere un’immagine cara al Papa San Giovanni XXIII, immagine di tempi passati, ma sempre ricca di profondi significati. San Giovanni Paolo II scrisse:«Lo si voglia o no, la parrocchia resta un punto capitale di riferimento per il popolo cristiano, e anche per i non praticanti. Il realismo e il buon senso perciò consigliano di continuare nella strada che tende a restituire alla parrocchia, dove sia necessario, strutture più adeguate e, soprattutto, un nuovo slancio».

Ma allora cosa significa essere «punto capitale di riferimento» o «fontana del villaggio»? Di certo è che stiamo vivendo un tempo particolare; un tempo in cui la società, tendenzialmente scristianizzata e priva di valori fondamentali, in nome di una fantomatica libertà, non dà punti di riferimento e tende a giustificare qualunque cosa, anche la più nefasta, dando così al giovane l’idea che tutto è lecito e che l’unico suo punto di riferimento è egli stesso.

Allora è lecito dire che siamo in un tempo favorevole per vivere ciò che i due Papi, sopracitati, chiedevano e indicavano; quindi, via mestizia e piagnistei e su le maniche perché non possiamo continuare a vivere dei ricordi di trent’anni fa quando le chiese erano piene perché non c’era altro! Non possiamo continuare a pensare che siamo punto di riferimento perché la gente comunque ci contatta per un funerale o i genitori vengono ad iscrivere i propri figlia catechismo: così si diventa solo e soltanto un distributore di servizi e non punto di riferimento.

Oggi siamo chiamati ad una nuova ed entusiasmante sfida, ad «un nuovo slancio»:impegnarsi per far pendere di nuovo la bilancia verso l’evangelizzazione vera, quella che ci chiama ad annunciare e testimoniare. Recuperare il Vangelo, recuperare Cristo: roccia sulla quale costruire totalmente la nostra vita. Papa Francesco ci chiama, giustamente, ad andare nelle periferie e la vita di un giovane è una periferia esistenziale dove regna sovrana la confusione, l’arroganza e l’incapacità di amare.

Dare e far conoscere ai giovani Gesù Cristo, è dar loro la capacità di vivere la propria vita in maniera degna, di saper amare come ha amato Gesù, far loro scoprire il vero senso della vita, riempire i vuoti, quasi abissali, presenti nel cuore e nell’anima di ogni giovane, far loro scoprire un modo nuovo di relazionarsi con l’altro, far loro scoprire la bellezza e la ricchezza dell’ascolto, dar loro gli strumenti necessari per saper vivere realizzati e felici. Questi sono gli obiettivi su cui ogni comunità cristiana dovrebbe puntare, obiettivi per i quali solo la Chiesa, oggigiorno, possiede gli strumenti adeguati da utilizzare per il bene dei nostri ragazzi. Da questo allora si potrà ripartire per discorsi anche più alti: la vocazione! Scoprire il senso della vita è scoprire la propria vocazione, sia essa al matrimonio, sia essa alla vita religiosa o sacerdotale.

Questo significa «aver a cuore i giovani» e se ci dedichiamo a loro in questa maniera ci stiamo dedicando indirettamente al futuro nella nostra amata Sposa, la Chiesa, in quanto i giovani sono una risorsa fondamentale per guardare avanti e non un problema! Avere giovani che crescono secondo questi principi vuol dire avere, un domani, adulti consapevoli di cosa significhi essere e vivere da cristiani credenti e praticanti. E allora per non abbatterci di morale ed evitare di piangerci addosso: sursum corda et duc in altum.

 

Don Claudio Porelli

Delegato diocesano di Pastorale Giovanile

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